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CSEF - Center for Studies in Economics and Finance

Grandi opere appalti e corruzione

4 May
by Immacolata Marino, Corriere del Mezzogiorno

Grandi opere e ritardi, appalti e corruzione, enti pubblici e “cricche”, politici e faccendieri. Quando si parla di infrastrutture in Italia si pensa spesso alle tangenti, alle lotte di poteri forti per accaparrarsi i cantieri, a quelle cattedrali nel deserto che, in molti casi, restano incompiute e abbandonate al loro destino. Il recente "caso Incalza", gli scandali Mose ed Expo hanno suscitato clamore. Si pensa meno, invece, a quei piccoli lavori che fanno parte della quotidianità degli enti locali e che hanno un impatto diretto sui cittadini. Basti pensare alle strade che sembrano groviere, alle condizioni in cui versano le scuole, ai parcheggi che mancano, ai parchi pubblici lasciati nel degrado. Eppure, se messi insieme, questi interventi di ordinaria amministrazione raggiungono cifre davvero imponenti. Tra il 2006 e il 2012, i Comuni hanno indetto gare d’appalto per lavori per un volume complessivo che supera i 40 miliardi di euro: 6 miliardi all’anno, una cifra che fa sbarrare gli occhi e fa riflettere, se confrontata ai 3 miliardi di euro pubblici investiti per l’Expo (di cui 1,77 per le infrastrutture), dei quali tanto si discute.
Si tratta di opere che, lontano dai riflettori dei media, sono appaltate con gli meccanismi legislativi che caratterizzano il “sistema” delle grandi opere. Un impianto legislativo che, invece di garantire l’integrità e la trasparenza del processo di aggiudicazione degli appalti, potrebbe essere esso stesso la fonte di sprechi e inefficienze. Considerando solo le gare con procedura aperta, alle quali possono partecipare tutti gli operatori del mercato, i criteri di aggiudicazione possono essere quello del prezzo più basso (noto anche come “massimo ribasso”) oppure quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Nelle gare al massimo ribasso l’unico elemento che conta per l’aggiudicazione è il prezzo finale, dato dal valore messo a base d’asta meno la percentuale di ribasso proposta dell’impresa vincitrice. È evidente che questo tipo di gare induce un compromesso tra prezzo e qualità delle opere,
con ribassi che al Sud raggiungono cifre del 55%. Nei sei anni esaminati, circa l’80% delle gare per lavori pubblici, indette dai Comuni con procedura aperta, sono state aggiudicate con il criterio del prezzo più basso, con una media dei ribassi vincenti che oscilla tra il 18% del Centro-Nord e il 27% del Sud. Ben nove punti percentuali distaccano il Sud dal Centro-Nord, con la Campania che si "aggiudica" il primato nazionale con un ribasso medio del 30%. Il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, invece, prevede che la stazione appaltante indichi nel bando di gara i criteri di valutazione dell’offerta, relativi alla natura, all’oggetto e alle caratteristiche del contratto, tra i quali: il prezzo, la qualità, il valore tecnico, i tempi di consegna del lavoro, le caratteristiche estetiche e funzionali. Tale criterio quindi pone un limite alla percentuale di ribasso sulla base d’asta, tutelando le imprese da una concorrenza troppo aggressiva sul fronte economico. Tuttavia, così come definito, il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa risulta uno strumento esposto a meccanismi di discrezionalità della stazione appaltante nella selezione del vincitore. Secondo la normativa esistente, infatti, gli elementi di valutazione devono essere indicati nel bando di gara dall’amministrazione e ne consegue un ampio margine di soggettività nella selezione del vincitore. Il risultato, ad oggi, è uno scoraggiamento degli operatori economici a partecipare a gare che nel bando prevedono come criterio di selezione quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Infatti, sempre nello stesso periodo (dal 2006 al 2012), il numero medio di imprese partecipanti nelle gare al massimo ribasso è stato di 29 contro una media di soli 3 concorrenti nelle gare con offerta economicamente più vantaggiosa; un dato preoccupante, che si commenta da solo. Bisognerebbe dunque cogliere l’occasione della nuova proposta di legge anticorruzione per affrontare questi nodi irrisolti dall’attuale normativa e frenare il dilagare del fenomeno della corruzione e degli sprechi negli appalti pubblici.