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CSEF - Center for Studies in Economics and Finance

Mobilità sociale e divari territoriali

18 May
by Giovanni Pica, Corriere del Mezzogiorno e lavoce.info

L’idea di mobilità sociale è generalmente associata all’idea di uguaglianza delle opportunità. Una società più mobile è una società nella quale anche chi parte da una condizione relativamente svantaggiata ha la possibilità di emergere; ed è quindi considerata una società più giusta. Ma è anche una società più prospera, cioè una società nella quale, per esempio, il reddito pro capite e le possibilità di occupazione sono più elevate? La risposta non è scontata e dipende da quanta parte delle competenze e abilità individuali vengono trasmesse all’interno della famiglia. Se il canale di trasmissione familiare è importante anche una società relativamente poco mobile può essere prospera. In caso contrario, la migliore capacità di allocare al meglio i talenti individuali rende più prospera una società più mobile. È lecito quindi domandarsi se esiste, nei fatti, una contraddizione tra mobilità sociale e prosperità economica o se dove la mobilità è relativamente più elevata è anche più facile, per esempio, trovare un lavoro ben pagato.

Per rispondere a questa domanda, è necessario misurare la mobilità sociale, cioè il grado di persistenza del reddito tra genitori e figli. Un modo per farlo è quello di confrontare la variabilità dei redditi all’interno di ciascuna famiglia, identificata attraverso il cognome, con la variabilità complessiva dei redditi. Quanto più bassa la mobilità sociale, più omogenei sono i redditi all’interno di ciascuna famiglia rispetto alla variabilità complessiva dei redditi. È un po’ come dire che dove la mobilità è bassa, per conoscere il reddito di un individuo è sufficiente sapere a quale famiglia appartiene. Se si guarda al grado di mobilità sociale misurato in questo modo in ciascuna delle circa 100 province italiane, il quadro che emerge è chiaro. La mobilità sociale decresce muovendosi da nord a sud ed è correlata positivamente con indicatori di prosperità economica, quali, tra gli altri, il valore aggiunto pro capite, l’occupazione, il grado di scolarizzazione e il grado di apertura al commercio internazionale. Inoltre, una maggiore mobilità è anche associata a una minore disoccupazione e una minore disuguaglianza dei redditi.

In sintesi, il sud Italia è più povero – come già noto – e anche più immobile del nord. Ma è più povero perché più immobile? Sebbene sia necessario essere cauti nello stabilire la direzione del nesso di causalità, è sotto gli occhi di tutti che in Italia, e più marcatamente nel mezzogiorno, le modalità di selezione della classe dirigente – intesa in senso ampio – riflettono molto spesso criteri di appartenenza familiare e sociale più che criteri di merito. Queste modalità, basate sullo scambio di favori, rendono inevitabilmente la società poco mobile, poco capace di selezionare le persone
adatte nelle posizioni chiave (che non sono solo quelle apicali) e quindi, in ultima analisi, meno capace di prosperare. Benché questa sia una delle principali cause delle difficoltà economiche del Mezzogiorno, anche se sicuramente non l’unica, è anche una delle meno presenti nel dibattito pubblico e per questo una delle meno combattute e più difficili da sradicare.

Questo articolo e’ apparso sul Corriere del Mezzogiorno in data 18.05.2015. Una versione estesa è apparsa su www.lavoce.info in data 05.05.15.