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CSEF - Center for Studies in Economics and Finance

Regolamentazione della prostituzione? Un commento alla proposta di legge

8 May
by Francesco Flaviano Russo, lavoce.info e Corriere del Mezzogiorno

Il Senato discuterà presto un disegno di legge bipartisan sulla regolamentazione della prostituzione. Le novità contenute nella proposta di riforma, che dovrebbe sostituire la legge Merlin del 1958, sono: una procedura amministrativa di autorizzazione, l’individuazione di aree di esercizio (“zoning”), l’obbligo del preservativo, i controlli sanitari, il pagamento delle tasse e dei contributi sociali e la previsione di un percorso assistito di uscita. Gli obiettivi dichiarati dai firmatari sono molti ed ambiziosi: contrasto allo sfruttamento, reinserimento sociale delle sex workers, contrasto al degrado urbano, riduzione della diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili e, non ultimo, l’aumento del gettito fiscale.

Prima di commentare nello specifico le singole proposte, è bene ricordare qualche dato. Secondo le stime della comunità Papa Giovanni XXIII (2013), in Italia ci sono circa 120 mila sex workers, in maggioranza donne e straniere (nigeriane e dell’EST Europa). Molte di queste, circa il 37%, sono minorenni e quasi tutte sono sfruttate e vittime di violenza. Nella sola città di Napoli, secondo la cooperativa Dedalus, ci sono circa 3000 sex workers. Inoltre, secondo alcuni studi medici, circa il 2% delle sex workers immigrate risulta infetta da HIV. E’ anche opportuno ricordare che la
prostituzione, in Italia, non è proibita, mentre tutte le attività economiche connesse, come la pubblicità e la richiesta di una percentuale sugli incassi, sono reato.

La previsione di un percorso di uscita dalla prostituzione è sicuramente l’aspetto più condivisibile della proposta. Tuttavia la proposta non inserisce nessun elemento nuovo rispetto a quanto già previsto dalla legge sull’immigrazione, tra l’altro esplicitamente richiamata dai firmatari. L’unica speranza è che ci sia un finanziamento più consistente e la proposta prevede, correttamente, che una parte delle tasse versate dalle sex workers sia destinata a questi scopi.

Anche l’obbligo di pagamento delle tasse e dei contributi sociali è condivisibile, sia nell’ottica di un aumento del gettito fiscale che in quella dell’inclusione sociale. Il gettito fiscale potenziale potrebbe essere molto elevato. Data la stima dell’Istat (2011) di un giro d’affari di 3,5 miliardi di euro, ipotizzando un’aliquota del 25%, l’erario potrebbe ricavarci quasi 900 milioni di euro. Il diritto a percepire la pensione, inoltre, dovrebbe funzionare da stimolo alla regolarizzazione. Tuttavia le sex workers con un giro d’affari modesto difficilmente troveranno vantaggioso il versamento dei contributi sociali, che non saranno sicuramente sufficienti a garantire una pensione
accettabile, dato che, tipicamente, smettono di lavorare verso i 45 anni.

I controlli sanitari e l’obbligo dell’uso del preservativo dovrebbero servire ad arginare la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili. Tuttavia i controlli sanitari previsti sono solo facoltativi, mentre l’obbligo del preservativo, data l’impossibilità pratica di verificarlo, non sembra credibile.

Lo zoning dovrebbe essere la misura di contrasto al degrado urbano. La proposta assegna agli enti locali il ruolo di individuare le aree in cui consentire la prostituzione e prevede una sanzione per le sex workers e per i clienti scoperti in luoghi diversi. Anche ammesso che le sanzioni previste siano sufficienti a convincere tutte le sex workers a localizzarsi dove il “danno” connesso alla loro presenza è minimo, ci sarebbero comunque due problemi. Il primo è come compensare chi abita nella zona designata. Una possibilità è quella di concedere uno sconto sulla TASI o sull’IMU. Il
secondo problema riguarda il possibile aumento dei clienti: se è più facile trovare le prostitute, cioè se ci sono meno costi di transazione, è lecito attendersi un aumento della domanda.

Il vero problema della proposta di riforma, però, è la procedura di autorizzazione. Nello specifico, le aspiranti sex workers dovranno chiedere, ogni 6 mesi, un’autorizzazione alla Camera di Commercio, allegando un certificato di idoneità psicologica (!). Questo punto costituisce indubbiamente un passo indietro rispetto alla legge Merlin che, per evitare che ci fossero discriminazioni, aveva abolito qualunque forma di registrazione. E’ molto probabile che, appunto per evitare discriminazioni e stigma, le richieste
te di autorizzazione saranno veramente poche, compromettendo l’efficacia della legge. Inoltre, la proposta prevede il pagamento di una tassa di iscrizione di 6.000 euro per esercizio full-time e di 3.000 per esercizio part-time. Un ostacolo ulteriore alla registrazione, che dissuaderà anche chi non si preoccupa dello stigma ma semplicemente non guadagna abbastanza.

In pratica, risulta veramente difficile immaginare che la legge spingerà in massa le sex workers verso gli uffici della Camera di Commercio, soprattutto nelle aree in cui lo stigma associato alla prostituzione risulta essere più forte. Questo potrebbe penalizzare particolarmente la Campania, in cui, secondo i dati del World Value Survey, lo stigma è più alto che, ad esempio, in Lombardia.

Quindi l’effetto più probabile della legge sarà di creare un piccolo mercato regolamentato della prostituzione che affiancherà un settore non regolamentato molto simile al mercato attuale.

Tuttavia la legge, se approvata, potrebbe anche determinare una riduzione dello stigma associato alla prostituzione: riconoscerla come una occupazione legittima ne aumenterà l’accettabilità sociale. Da un lato questo potrebbe spingere molte più sex workers a registrarsi, a pagare le tasse ed a sottoporsi ai controlli, facendo crescere il settore regolamentato. Dall’altro potrebbe spingere più individui a partecipare al mercato della prostituzione, sia a quello regolamentato che a quello non regolamentato, con conseguenze negative su tutti gli obiettivi che i legislatori si sono posti.

Articolo originariamente apparso anche su lavoce.info in data 08.05.2015 e sul Corriere del Mezzogiorno in data 25.05.2015.